La devianza in questo tipo di approccio è vista come termine
onnicomprensivo usato per designare l'insieme delle situazioni
socialmente definite e trattate come illegali, non conformi, non
convenzionali.
Si parla di
realtà costruita socialmente, come insieme di idee,
pensieri e contenuti di coscienza, incessantemente costruita e
reinterpretata dagli individui nelle loro interazioni, si parla poi di
relatività dei punti di vista.
Il
teorema di Thomas afferma che le situazioni definite come
reali provocano conseguenze reali e la consapevolezza della non
oggettività dei processi che portano a definire come problema un certo
comportamento rappresentano i fondamenti di una visione relativistica
della criminalità.
Il termine devianza diventa sempre di più comprensivo delle diverse
forme di comportamento che violano le norme penali, ossia i
comportamenti propriamente criminali, i comportamenti dovuti a patologie
sociali e quelli che costituiscono un problema sociale, quindi
il termine devianza diventa ambiguo.
Spetta alla sociologia lo studio dei significati dell'azione sociale, tramite tecniche di indagine tipo l'
osservazione partecipante, le
interviste aperte, non direttive, la
raccolta delle storie di vita, l'
analisi dei rendiconti.
Le radici della prospettiva interazionista
La sociologia della devianza che prende vita in America negli anni 60 prende il nome di teoria interazionista della devianza, o labelling theory.
La sociologia fenomenologica degli anni 50
Attribuisce importanza primaria alla struttura interazionale della
coscienza umana, ai processi attraverso i quali si attua la costruzione
sociale della realtà.
L'analisi fenomenologica della
vita quotidiana è contraria alle ipotesi causali o genetiche, ma analizza le
azioni sociali tramite l'interazionalità del soggetto che le ha prodotte, indagando tramite intuizione o interviste.
Non si deve studiare il fenomeno, ma capire come comunicarlo, dove tale
comunicazione dovrà cercare di evocare, di fare rivivere
nell'ascoltatore i sentimenti, le intenzionalità dell'agente.
Si studia anche il
rapporto tra l'uomo e il mondo sociale, dove
l'uomo produce il mondo ed il prodotto agisce sul produttore attraverso
l'interiorizzazione dei suoi elementi (nella socializzazione), ed
è quindi importante il ruolo delle istituzioni.
Interazionismo simbolico
Pone l'interesse per la sfera soggettiva, per l'esperienza personale
come fonte dei significati che attraverso l'interazione danno origine al
sistema di valori.
Le premesse fondamentali dell'interazionismo sono 3: gli esseri umani si
comportano verso le cose sulla base dei significati che le cose hanno
per loro, questi significati sono un prodotto dell'interazione sociale
che avviene nella società umana, questi significati sono modificati e
manipolati attraverso un processo interpretativo attuato da ogni
individuo quando entra in rapporto coi segni che incontra.
L'
interazione è simbolica in quanto l'uomo vive immerso in un
universo in cui gli stimoli che lo sollecitano sono dotati di
significati e di valori appresi tramite il processo di comunicazione e
quindi di interazione sociale (
l'individuo e la società sono unità inseparabili).
Secondo
Mead, la condotta è la somma delle reazioni degli esseri umani ai rispettivi ambienti, e secondo
Blumer gli esseri umani interpretano o definiscono le azioni l'uno dell'altro, piuttosto che semplicemente reagirvi.
Il comportamento dell'uomo non è quindi il risultato di pressioni
ambientali, ma deriva da come interpreta e tratta queste cose
nell'ambito dell'azione che sta costruendo.
Questo modello però ha il limite di trascurare le componenti affettive
inconsce dell'agire umano, gli aspetti psicologici ed emozionali.
Etnometodologia
Uno dei suoi compiti principali consiste nello studio microsociologico
dei processi minimi tramite i quali la realtà viene costruita e
ricostruita nel corso della vita quotidiana.
La
vita quotidiana deve quindi essere oggetto di studio e secondo
Harnold Garfinkel,
questo modello cerca di considerare le attività pratiche, le
circostanze pratiche e il ragionamento sociologico pratico come
argomenti di indagine empirica, attribuendo alle attività più ordinarie
della vita quotidiana l'attenzione generalmente accordata agli eventi
straordinari.
Secondo questo modello, ogni attività deve essere studiata partendo
dalla comprensione dell'intenzionalità del soggetto, studiando quindi
l'azione intenzionale (ignorando l'impostazione di stampo
deterministico), evitando ogni analisi causale o eziologica.
Si studiano le aspettative di routine, le cose date per scontate, e c'è
interesse verso il rapporto tra i significati quotidiani, universalmente
accreditati, e l'organizzazione di tali significati all'interno dei
modelli abitudinari di interazione, a differenza dell'interazionismo
simbolico che assume come suo principale interesse la relazione tra il
comportamento individuale e le forme di organizzazione sociale (es. i
gruppi).
Sutherland e le anomalie del paradigma funzionalista
Secondo Sutherland:
- il comportamento criminale è appreso
- è appreso nel contatto con altre persone attraverso un processo di comunicazione
- si apprende soprattutto in un gruppo ristretto caratterizzato da relazioni personali
- si apprendono le tecniche di attuazione dell'infrazione e l'orientamento delle motivazioni e degli atteggiamenti
- l'orientamento delle motivazioni è in funzione
dell'interpretazione favorevole o sfavorevole nei confronti delle
disposizioni legali
- un individuo diventa criminale quando le interpretazioni
sfavorevoli nei confronti del rispetto della legge sono più forti di
quelle favorevoli (principio dell'associazione differenziale)
- le associazioni differenziali possono variare in frequenza, durata, intensità
- la formazione del crimine in questo modo coinvolge gli stessi meccanismi coinvolti in qualsiasi altra forma di apprendimento
- il comportamento criminale non può essere spiegato dai bisogni e
dai valori, perchè anche quello non criminale è espressione degli
stessi valori e bisogni
Sutherland ha il merito di aver contribuito allo scardinamento del
rapporto tra criminalità e povertà, tramite la scoperta dell'assenza di
relazione tra variazione della povertà e variazione della delinquenza, e
la scoperta della presenza di una discreta quota di criminalità anche
nei ceti alti (esempio dei
colletti bianchi, white collars).
Questa scoperta ha avuto un grande impatto sulla società, perchè i
colletti bianchi economicamente fanno più danni dei poveri, e
soprattutto intaccano di più la fiducia ed i principi su cui si fondano
le istituzioni.
Gennaro afferma cmq che l'applicazione della legge è diversa
verso i colletti bianchi, mentre cmq a Sutherland va il merito di aver
allargato l'orizzonte degli interessi della criminologia.
Le critiche a Sutherland riguardano il fatto che spesso ha sottolineato
il carattere deterministico dell'agire dell'individuo, come se
l'apprendimento del crimine in alcuni casi sia quasi inevitabile,
inoltre non esprime una posizione critica verso il sistema sociale.
La prospettiva interazionista della reazione sociale e dell'etichettamento
Si sviluppa tra gli anni 50 e 60, e si interessa all'interazione tra deviante e contesto, e al controllo sociale.
La devianza viene vista come espressione di diversità piuttosto che come
patologia, e di complessità piuttosto che di semplicità.
I contenuti del paradigma
I contenuti essenziali di questa teoria sono:
- la devianza non è una proprietà intrinseca ai comportamenti, ma è
una proprietà conferita ad essi dalla percezione sociale e/o dalle
definizioni normative
- è una conseguenza dell'applicazione di etichette e sanzioni da parte di alcuni nei confronti del trasgressore
- si abbandona la prospettiva sincrona (una o più cause agiscono
in un determinato momento facendo precipitare la situazione) per la prospettiva sequenziale
(percorso dell'individuo fatto di piccoli passi, ciascuno dei quali è
condizione dello svilupparsi di una determinata nuova prospettiva che è
premessa di nuovi comportamenti)
- le motivazioni devianti non preesistono al comportamento
- si distingue in devianza primaria (diffusa, poligenica, di dimensioni non conoscibili, poco interessante) e devianza secondaria
(si manifesta a seguito della reazione sociale che colpisce il
soggetto, ed è quella di principale interesse per la sociologia)
- alla devianza secondaria si arriva tramite un processo dove sono
importanti l'interazione con gli altri e con le istituzioni di
controllo
- in questo senso il deviante inizia un percorso, una carriera, dove apprende sempre nuove tecniche
- la carriera porta all'etichettamento e alla perdita delle opportunità di vita normale
- le norme che etichettano non sono unanimi, ma espresse dal gruppo di maggioranza
- si studia quindi la norma per capire cosa è deviante
- l'applicazione delle norme non corrisponde a criteri oggettivi
- gli sbagli della legge nell'etichettare o nel non farlo, mettono in crisi il sistema
- i diversi gruppi si etichettano a vicenda
- le istituzioni totali e il loro potere inglobante conducono i
soggetti alla perdita dell'identità di cui sono portatori che viene
sostituita da quella istituzionale
Quindi si può dire che:
- Tra il comportamento deviante e non, non ci sono differenze
sostanziali per quanto riguarda i bisogni e spesso i valori di
riferimento, e c'è il concetto di affiliazione, dove il neofita viene iniziato ad un certo comportamento.
- La devianza attribuita ad un certo comportamento è relativa,
modificabile nel tempo, frutto della definizione normativa di volta in
volta prevalente (è quindi una proprietà conferita a determinati atti
all'interno di un processo di costruzione sociale).
- La reazione sociale al comportamento deviante si esprime a 2
livelli: quello informale (che si concretizza sui livelli di
stigmatizzazione, ovvero l'etichettamento negativo di persone, e
marginalizzazione) e quello istituzionale (esperito dalle agenzie di
controllo).
In quest'ottica, la stigmatizzazione è un processo che gruppo
di persone impone ad un altro gruppo, mentre la reazione da parte delle
agenzie di controllo ed il loro contributo alla creazione della
devianza tramite etichette (anche tramite etichettamento fisico, tramite
l'aspetto) è importante, e l'abilità del criminale sarà quella di
riuscire a passare per normale e quindi inosservato, sfuggire alla sua
etichetta.
- Le definizioni applicate agli individui contribuiscono a
costruire o a modificare la loro identità, e l'acquisizione
dell'identità deviante avviene all'interno di un processo nel quale si
può distinguere la devianza primaria e la devianza secondaria, e
consente di parlare di carriera.
Secondo Lemert, la devianza primaria è l'allontanamento più o
meno temporaneo da valori o norme sociali/giuridiche, attraverso un
comportamento che ha implicazioni soltanto marginali per la struttura
psichica dell'individuo, infatti essa non da luogo ad una
riorganizzazione simbolica a livello degli atteggiamenti nei riguardi
del sé e dei ruoli sociali.
La devianza secondaria invece consiste invece nel
comportamento deviante o nei ruoli sociali basati su di esso, che
diventa mezzo di difesa, di attacco o di adattamento nei confronti dei
problemi creati dalla reazione della società alla devianza primaria,
quindi sotto quest'ottica, perdono di importanza le causa originarie
della devianza primaria e diventano centrali le reazioni di
disapprovazione, degradazione ed isolamento messe in atto dalla società.
Il deviante secondario ha una modificazione psichica, ed a
prescindere dalle sue azioni è una persona la cui vita e identità sono
organizzate attorno ai fatti della devianza.
Uno studioso famoso della carriera deviante fu Becker, mentre Lemert
afferma che la devianza secondaria è il prodotto di un processo di
risoluzione dei problemi che è reso più complesso dalla perdita di
status (il deviante etichettato ed emarginato dalla reazione delle
istituzioni) e dal mutamento della gerarchia dei valori.
- La valorizzazione del punto di vista dei protagonisti (devianti e
non) è l'elemento centrale dell'impostazione metodologica che sostanzia
l'approccio interazionista alla devianza.
Si deve guardare ai fenomeni sociali non con uno sguardo distaccato,
ma con fare empatico, in modo da comprendere il punto di vista
dell'attore e superare l'approccio correzionale, e tra le critiche a
questo modello c'è il fatto che spesso lo sforzo per guardare il
deviante nel contesto è minimo.
Limiti e critiche
Le critiche individuate da Lemert sono:
- l'unidirezionalità con cui è descritta l'interazione e l'ineluttabilità del processo attraverso il quale si diventa devianti
- la reificazione del potere delle istituzioni, la
rappresentazione degli altri come gruppi solidali ed omogenei e la
manichea divisione del mondo in buoni e malvagi
- l'enfasi sugli aspetti drammaturgici, trascurando la parte dell'interazione quotidiana
- la discutibilità della descrizione del potere di chi crea le categorie morali
- la preferenza dello studio di alcune categorie di devianza a scapito di altre
- l'assolutizzazione dell'immagine della reazione istituzionale in termini di repressione
- l'assenza di attenzione alle differenze oggettive di comportamento come fonte di diverse reazioni
Lemert quindi rifiuta la devianza come il prodotto di una scelta arbitraria, fortuita o prevenuta.
Altre critiche invece riguardano:
- Iperrelativismo e costruzionismo: la negazione dei dati della realtà
- Assenza di considerazione dell'origine strutturale del potere di
definizione (bisogna abbandonare l'astrattismo con cui è definito il
modello politico per costruire una teoria materialistica della devianza
capace di contestualizzare e spiegare azioni e reazioni)
- Il ruolo politico-ideologico della teoria: non si esprimono
critiche verso la società, si espongono solo i fatti e si lasciano le
cose come stanno, si dovrebbe tollerare la diversità ma non usando
l'indifferenza
- Assenza di interesse per la dimensione eziologica, per la
spiegazione della devianza primaria e del nesso causale tra reazione e
devianza secondaria
- Non si crea una teoria, ma si da un semplice contributo alla
conoscenza (tramite la proposta all'uso di determinati metodi di
ricerca).